La bambina di vetro
- clara sorce

- 15 gen
- Tempo di lettura: 4 min
di Clara Sorce
Compito dell’artista è rinegoziare ogni volta lo scarto fra ciò che pensiamo essere reale e ciò che lo è veramente. Così si crea quell’effetto visivo di instabilità che diventa filtro attraverso cui vedere e far vedere.
Le parole di Ilaria Tontardini contenute nel suo intervento al volume Alfabeto Alemagna a cura di Hamelin, edito Topipittori, dal titolo Realismo inventato ci permette di entrare nel vivo di un albo che è l’emblema, per chi scrive, della libertà di pensiero, ma non solo, è il coraggio di essere se stessi accettandosi e amandosi per quello che si è. Si tratta dell’albo firmato da Beatrice Alemagna edito in Italia da Topipittori: La Bambina di vetro. Le lenti “deformanti” della raffinata autrice investono il corpo della piccola e fragile protagonista dell’albo. L’artista in quest’albo gioca sapientemente tra il reale e la negoziazione del filtro creativo per mostrare con estrema delicatezza un tema importante come la libertà di pensiero. Ciò che colpisce fin dal principio della narrazione è l’aspetto della bambina di vetro, la perturbazione dell’equilibrio compositivo e proporzionale si fa narrazione, una visione antinaturalista che gioca un ruolo fondamentale nella composizione dell’opera. È quell’errore creativo enunciato da Rodari che permette di aprire a infinite possibilità, ed è proprio all’autore che l’Alemagna guarda e si ispira per la sua bambina di vetro. È noto il sodalizio che lega Rodari alla Alemagna, basti citare La luna di Kiev o Favole a rovescio, ma qui abbiamo non soltanto una chiara citazione al Giacomo di cristallo di Rodari ma anche citazioni compositive colte che ricordano le grandi innovazioni nel campo letterario ad opera di Bruno Munari. Si può ben dire che l’Alemagna unisce nel suo albo i due autori che avevano un tempo collaborato in libri come Il libro degli errori. Come appena detto La bambina di Vetro è liberamente ispirato a Giacomo di Cristallo di Rodari storia, questa, che accompagna l’autrice fin da bambina. Gisèle si più considerare la sorellina francese di Giacomo ma al contrario di quest’ultimo lei non verrà messa in prigione ma compierà un viaggio in cui comprenderà quanto sia importante la fiducia in se stessi e l’importanza di amarsi per come si è, coraggiosamente. Ciò che si apprezza del volume è l’utilizzo sapiente delle pagine lucide, trasparenti, alternate alle pagine corpose in cui la fragilità, i sentimenti, il tempo compiono un dialogo armonioso, un altro albo dell’autrice interessante in tale merito è Le cose che passano. Gisèle nasce in un villaggio a Bilbao vicino a Firenze.
Era così carina con i suoi grandi occhi, così perfetta con le sue piccole mani, così pura e luminosa… ma così trasparente!
Gisèle, per l’appunto la bambina di vetro, la si può considerare un’opera a tutto tondo. Una visione che contiene un equilibrio tra fragilità e “potenza”, forma ed emozione. Lei è minuta, trasparente con grandi occhi e un capo abnorme, inoltre, era capace di brillare, e sotto il sole il suo corpo si trasformava in mille riflessi. La sua stessa esistenza, considerata un prodigio, destava curiosità tanto che molti curiosi venivano a vedere la bambina di vetro. Ma quando Gisèle crebbe non fu considerata più un prodigio. La sua grande testa pian piano col passare del tempo si riempiva delle sue idee, dei suoi pensieri, delle sue riflessioni e tutti potevano leggerla come se fosse un libro. La sua vulnerabilità non era, però, data principalmente dalla sua materia ma dalla sproporzione della sua testa. Qui ritornano le parole della Tontardini:
Il capo abnorme di Gisèle sul corpo esile e nudo è l’elemento di debolezza, come se proprio il suo peso (che l’artista fa sentire) potesse sbilanciare e rompere la bambina in ogni frangente, proprio come il peso dello sguardo altrui; tuttavia spesso Gisèle si impone, all’interno della tavola, con la sua sola presenza, proprio per quella fisicità “fuori dal normale” che Alemagna le dona.
La fragilità dal capo si espande nel corpo durante la crescita della bambina. Il suo corpo si incrinava ogni volta che provava un’emozione forte, ma non solo, la sua fragilità la colpì nello spirito stesso perché gli altri non l’accettavano per via di quella trasparenza che pian piano divenne scomoda perché diversa.
La gente si arrabbiava con lei, continuamente: “Non riesci a smettere di pensare?; oppure “Non ti vergogni di mostrare questi orrori?”
Quella casa non era più per la bambina un luogo accogliente, era un luogo dove non si sentiva amata; così fece le valigie, diede un bacio ai suoi genitori e partì alla ricerca di un luogo in cui sentirsi amata e libera di esprimersi. Viaggiò molto Gisèle ma in ogni luogo trovó sempre le stesse persone, persone ostili alla diversità perché impaurite da questa. Il viaggio, come quello fiabesco dell’eroe, ha permesso alla nostra preziosa protagonista di meditare su se stessa compiendo una trasformazione. Lei comprese che in qualsiasi luogo andasse non poteva mai trovare l’accoglienza di una casa, perché solo amandosi si può essere davvero liberi in qualsiasi luogo. La bambina di vetro attraverso il suo stile, composto da tecniche miste echi di citazioni e collegamenti tra le varie opere dell’autrice come Un leone a Parigi, rende questa storia estremamente reale e concreta in un mondo che é sempre più fragile.
La bambina di vetro
Autrice: Beatrice Alemagna
Casa editrice: Topipittori
Età consigliata: dai cinque anni in su
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